Direzione regionale Sardegna

Storia e manoscritti nel racconto di Maria Addis - Capo Ufficio del Direttore Regionale

La Sardegna non manca l’appuntamento con l’Unità d’Italia: nella sede della Direzione Regionale una mostra racconta un secolo e mezzo di storia e di Fisco lungo un percorso guidato da pannelli illustrativi e dalla documentazione proveniente dagli archivi degli uffici regionali.

Testi, atti e registri, ripuliti e ordinati si offrono, aperti, alla lettura e alla consultazione dei visitatori: le pagine, ammorbidite dal tempo, si arrendono al tocco delle dita.

Primo fra tutti quello del 17 marzo 1861, la proclamazione del regno di un’Italia, che lasciati alle spalle trionfalismi e dolori dovette fare i conti con un forte disavanzo e con 22 milioni di abitanti con un senso di appartenenza nazionale che non superava i confini dei regni di originaria appartenenza.

Per riportare i debiti, non un registro qualsiasi, ma il Gran Libro del Debito Pubblico, istituto nel luglio successivo e che a conti fatti calcolò un debito di due miliardi e mezzo di lire.

In attesa di un organico sistema tributario si cominciò con misure d’emergenza e con l’estensione a tutto il territorio delle leggi sabaude, mentre a garantire l’unità amministrativa ci pensò la legge del 20 marzo1865 che oltre a trasferire il modello burocratico piemontese sparse nella penisola una moltitudine di "insopportabili" travet piemontesi.

Il mal tollerato processo di piemontizzazione non turbò la Sardegna che aveva già offerto in sacrificio foreste e boschi per il carbone di Sua Maestà e legno buono per le ferrovie del regno sardo.

Ancora qualche anno ed ecco, nel 1864 l’Imposta sulla Ricchezza Mobile, fiore all’occhiello della Destra Storica, il capolavoro di Quintino Sella e di Marco Minghetti, che insieme all’imposta fondiaria comporrà il sistema della tassazione diretta, mentre il percorso, dopo uno sguardo alla finanza locale, prevede una sosta davanti all’imposta sul macinato: nel pannello la suggestiva allegoria di un’Italia quasi spoglia, precariamente aggrappata ad un tronco spezzato, lo sguardo implorante sotto il peso di una macina al collo.

La tassa sacrilega, nata dall’affannosa ricerca di gettito, chiamata a contribuire al raggiungimento del pareggio, colpiva il consumo primario dell’uomo, il pane, fino a incidere con una spietatezza senza limiti sui cereali meno nobili, destinati a sfamare i più indigenti.

Il pareggio raggiunto a caro prezzo dal governo Minghetti nel 1876 non bastò a mantenere in …Sella la Destra Storica che dopo pochi giorni cadde.

Con la Sinistra che abolì l’iniqua tassazione, arriva la riforma catastale e, passata la prima guerra, il 1925 segna un secondo pareggio quasi contemporaneo all’Imposta Complementare cui lavorò il tandem Meda – De Stefani, mentre sospinta dai venti della propaganda fascista compare la tassa sul celibato: l’occhio del regime si allunga sulla scelta libera per eccellenza.

Tempi duri per i bamboccioni dai 25 anni in su: si pagava in base all’età e al reddito; se il giovanotto era nulla facente pagava papà, che era obbligato in solido.

La legge concedeva pochi sconti, la battaglia demografica chiedeva matrimoni e soprattutto, figli: l’esercito li attendeva.

Per sfuggire al tributo si poteva partire in Africa Orientale Italiana a rincorrere l’Impero o indossare l’abito talare facendo voto di castità, essere interdetti al matrimonio o così attempati - ultrasessantacinquenni - da non lasciare al regime speranza di nuovi rampolli cui riservare baionette.

E poi, passando per l’IGE e per la seconda guerra, la Costituzione, la legge Vanoni, la riforma Preti – Visentini, i pilastri del nostro sistema mentre la tecnologia avanzata e i principi garantistici hanno reso trasparente la casa del fisco: per entrarci può bastare anche un tocco di mouse.

I manoscritti

La vera curiosità sono i manoscritti esposti, la maggior parte provenienti dagli archivi di Isili, Nuoro e Ozieri, i più, risalenti al periodo fra l’otto e il novecento: affreschi virati di storie minori, che durano lo spazio di una vita, che i libri non raccolgono e che ci parlano di vicende fra Fisco e cittadini.

La perfetta grafia che indugia nei ghirigori tradisce la presenza di un’unica mano, mandata dalla provvidenza in soccorso degli sventurati analfabeti, soli al cospetto di un Fisco che non voleva, non doveva comunicare, ma intimorire.

Chissà quali paure dovevano incutere gli agenti delle imposte ai contribuenti dei paesi a economia agropastorale e quali ansie seminavano quelle notifiche solenni e incomprensibili, portate dai servienti comunali; che potevano attestare dall’alto della loro erudizione che il consegnatario era “inalffabeta” o che “a dichiaratto di saper leggere”.

I testimoni sfilano, come fantasmi, uno dopo l’altro e sono nei reclami, nelle domande, sicuri dietro grafie ampollose, disarmati nel candore di quelle tremolanti e sgrammaticate e ci pare di indovinarne i tratti, le personalità, di vederne il contesto.

Un tocco di leggerezza attraversa quegli scritti, si fa sottile ironia, piccola astuzia, coraggio, implorazione, timida sfida. Il tempo ne ha stemperato i contrasti e l’acredine, noi volentieri concediamo indulgenza e simpatia.

Chi ha curato la mostra e di quei testi ha trascritto il contenuto, tra un termine sparito e uno desueto, leggendo nel pensiero degli autori, ha familiarizzato con quei personaggi, gli ha dato un nome che è un tutt’uno con altri tratti distintivi: Catterina con due “t”, come si firmava lei, Salvatore fu Sisinnio, Michele morto tragicamente, Maria la preveggente, Francesco di Gadoni, il serviente comunale, il carrolante, il Frongia…

Nel 1897 esordisce “Catterina” di Austis (Nu) che “umilmente rassegna all’Ill. mo Intendente di Cagliari” di “essersi vista con sorpresa quotizzata” nei ruoli sui fabbricati, proprio lei che “con molti sacrifici è riuscita a comprare una casetta composta di una cucinetta, sottano e soffitta ove miseramente vive”.

Lire 10.59, l’importo preteso, “assolutamente esagerato e ingiusto a danno di un povero contribuente, che appena si potrebbe attribuire per reddito, non per imposta” .

Il tutto, “senza nemmeno un preavviso del sig. Agente”. Per questo Catterina “si trova scoraggiata” e allora con garbo e fine diplomazia invoca l’Intendente “perché possa porvi riparo, ordinando al Signor Agente di prendere accurate informazioni per convincersi dello sbaglio in cui è involontariamente incorso…”

Non le basterà: “Il reclamo della contronotata è inammissibile e però lo si ritorna all’Agente per la opportuna partecipazione”.

E che dire di “Salvatore fu Sisinnio”: padre di nove figli obbligato a pagare la tassa sui celibi per due figli che si “esentarono da circa tre anni”, uno per matrimonio e che “trovansi a lavorare in una cava di pietra di Cagliari" ?

Salvatore mira dritto al cuore dell’Intendente e lo “prega con animo commosso a voler radiare dai ruoli” i figli “inesorabilmente colpiti”, ma al ricordo del branco di capre sequestratogli dal messo esattoriale quando era “ormai abbandonato dai figli”, si scaglia come Davide contro Golia: ora pretende anche il rimborso di quelle “fattegli odiosamente pagare, e ciò stante le tristissime condizioni finanziarie ed economiche in cui versa, ridotto a dover lottare disperatamente per l’esistenza di altri figli minorenni.”

Ci sarebbero tutti gli elementi per farne un eroe, ma inaspettatamente – al pensiero dei suoi piccoli? - retrocede e chiude il reclamo “con perfetta osservanza fascista”.

Riposta la fionda, Salvatore fu Sisinnio riprenderà il posto che gli spetta, nella fila dei sudditi.

La madre e le sorelle di Michele di Austis (Nu), chiedono nel 1937 all’“Ill. mo Signor Procuratore delle Imposte di Sorgono, la radiazione dai ruoli e la sospensione degli ulteriori atti” perché il loro Michele, trentanovenne ancora celibe è morto tragicamente ad Aritzo: eccolo il certificato di morte, ravvivato da quei bolli colorati; basterà quanto scritto a rendere la richiesta, come le donne sperano, “abbastanza giustificata”?

Che ne sarà stato di Maria, sorella di Mauro, di Orune (Nu) che nell’acquistare una casa diroccata da riedificare, costituisce un diritto di usufrutto a favore del fratello, facendo accortamente apporre, da preveggente quale deve essere, una clausola: “Per quanto in vita, lascia al piano terreno, una stanza a disposizione del fratello Mauro. In seguito al decesso di Mauro, Maria resta padrona assoluta di quanto acquistato” ?

Né di Maria, né di Mauro morti chissà in quale ordine cronologico, resterà traccia autografa: si legge nell’atto che avevano “crocesegnato” insieme al venditore ”perchè tutti analfabeti”.

Il contratto di soccida del 1919 non fa una grinza: il signor Frongia di Samugheo (Nu) dovrà impegnarsi con la diligenza del buon padre di famiglia; se non fosse che l’obbligato “dovrà allevare tre scrofe pregne dell’apparente età di tre anni e, sempre che le scrofe fetano, provvedere per l’allevamento dei porcetti e manutenzione delle scrofe fetate”.

Un abito confezionato, poteva valere nel 1944 mille lire, quanto un quintale di grano? Evidentemente, così dice la quietanza registrata da Giovanni Maria di Dorgali (Nu).

Quale doveva essere invece il compito di Costantino, carrolante di Sarule (Nu) che nel 1945 registra una dichiarazione di prestazione d’opera? “Trasportare acqua per lo spegnimento di calce viva e n. 4 carriole alla cantoniera di Oniferi al prezzo di 800 lire giornaliere”.

E quale centro commerciale dobbiamo immaginare a Tresnuraghes (Or), mille anime o poco più, per Dina, che versava nel 1946 la “cauzione per la vendita di alimentari, terraglie, vetreria, articoli casalinghi, mercerie, tessuti, calzature, cancelleria, ferramenta, coloniali, cemento, laterizi, mobili e carbone” ?

Inizia nel 1885 la tormentata vicenda di Francesco, piccolo commerciante di Gadoni, (Nu), colpito dall’imposta sulla ricchezza mobile per l’esercizio di vendita al dettaglio, i documenti ricostruiscono i due gradi del ricorso. Ben consigliato, o forse istruito, dà via ad un’analisi economica, ponendosi sullo stesso piano della Commissione Mandamentale di Aritzo che affronta “umilmente” con tocchi di fioretto, con una punta di sottile ironia.

“Quanta esagerazione vi sia nell’operato del signor Agente non v’è chi non veda, eppure questa Commissione conosce il gran negozio del sottoscritto…

Infatti un sacco di zucchero, uno di caffè, una cassa petrolio, una libbra filo, un pacco zolfanelli, sono i generi principali che vi si smerciano entro un semestre. Quale ne è il guadagno?"

Ancora, nel tentativo di dimostrare il minor reddito: “La Commissione conoscerà il ristagno generale del Commercio e la scarsità delle annate e – qui Francesco raggiunge il picco - l'indole economica del paese ”: è a tutti noto che il Gadonese si reca ad Aritzo per comprare una libbra di zucchero a cinque centesimi meno…”.

L’analisi socio economica continua, degna dei migliori studi di settore, la Commissione si convince, considerando oltre “al poco smercio” anche la circostanza che il ricorrente “trovasi paralitico ad un braccio”.

Un particolare fino a quel momento non svelato che fa scattare l’Agente con un appello alla Commissione Provinciale di Cagliari:

“Anchevero di avere il ricorrente difetti fisici , ciò non toglie che egli possa con maggiori vantaggi di quelli ritenuti dalla prelodata Commissione attendere all’esercizio della rivendita dei generi alimentari”.

La seconda Commissione accoglierà il ricorso dell’Agente e rideteminerà il reddito.

E infine i registri: parlano anche quelli … uno, del 1862, è “Dubbioso”: riguarda i crediti non ancora certi; l’altro, apre con la biografia dell’Ufficio di Sorgono:

“Fino al 1850 si chiamava “Tappa di insinuazione”.

Ancora poco e la mostra chiuderà i battenti: qualche visitatore dopo la prima visita, è ritornato, c’è chi suggerisce di renderla permanente.

Chissà come andrà, se Catterina con due “t”, con i compagni del viaggio secolare, Maria la preveggente, Michele morto tragicamente, il Frongia, il carrolante, gli Intendenti, gli Agenti e i tanti servienti comunali riprenderanno il sonno interrotto, ciascuno nel proprio fascicolo o se, risvegliati dai 150 anni dell’Unità d’Italia, avranno il privilegio di una seppur effimera eternità!

Maria Addis

Capo Ufficio del Direttore Regionale